skip to Main Content

MAPPE IN TRIENNALE

Sguardi sui confini: arte visiva e fotografia

Palazzo Litta Cultura – 20 giugno – 15 luglio 2018
La Triennale di Milano

In collaborazione con: MIA Photo Fair Project, Zeit

La mostra di arte visiva e fotografia Mappe. Sguardi sui confini, precedentemente ospitata a Palazzo Litta, è accolta nelle sale della Triennale dal 20 giugno al 15 luglio. Il progetto, nato dalla riflessione condivisa sul tema del viaggio che ha coinvolto Palazzo Litta Cultura e La Triennale di Milano e dalla volontà di unirsi in un progetto, ha dato inizio alla partnership tra le due istituzioni culturali della città.

Il progetto sperimenta gli scenari immaginati nell’ottica del Parco delle Culture, muovendo dalla volontà condivisa di attivare in città, in particolare nell’area che gravita intorno al parco Sempione, una modalità di fruizione fluida e interconnessa, fatta di scambi, circuiti, intersezioni tra la comunità cittadina e i luoghi della cultura milanese.

L’iniziativa prevede la produzione da parte delle due istituzioni di un primo evento espositivo per la città: la mostra Mappe. Sguardi sui confini mette a fuoco la produzione artistica di quattro Paesi, Iran, Turchia, Ucraina, USA/Messico, luoghi dove i fermenti del contemporaneo si fanno sentire in modo acceso, sia sulla scena artistica che su quella sociale e geopolitica, coniugando il linguaggio visivo di quattro fotografi con l’opera di artisti contemporanei, attraverso un percorso espositivo dedicato alla criticità dei confini e alle loro rappresentazioni nell’arte contemporanea.

Arte visiva e installazioni | a cura di Zeit

Nella mostra Mappe. Sguardi sui confini, curata da Maria Paola Zedda e organizzata da Zeit, margini, attraversamenti, percorsi, barriere sono letti secondo inediti tracciati dallo sguardo di artisti che vivono il tema della riscrittura delle soglie dei loro Paesi come testimonianza della violenza e della drammaticità della nostra epoca.

Il percorso espositivo è preceduto da un Prologo dove il tema del confine e del suo superamento è sviluppato in modo iconico dall’opera e dell’azione degli artisti.

Durante l’opening la mostra è introdotta da Irwin che, con i performer Gledališče Sester Scipion Nasice e il gruppo musicale Laibach e con il dipartimento di design Novi Kolektivizem, costituisce l’NSK, acronimo di Neue Slowenische Kunst. Il collettivo apre per la prima volta a Milano il Consolato di NSK dove sarà possibile richiedere il passaporto di NSK State in Time dello Stato utopico e distopico NSK State in Time fondato dal movimento NSK nel 1992.

In questa occasione i visitatori hanno potuto acquisire una nuova cittadinanza che si aggiunge e travalica quella dello Stato nazionale ispirata ai principi costituenti di NSK State in Time: il movimento nomadico e il collettivismo assoluto, che si rifanno ai valori dell’uguaglianza etnica, nazionale, sessuale, religiosa e alla critica ai confini dello Stato Nazionale.

Il Prologo è affidato inoltre ad Andreco, artista di formazione scientifica che, attraverso un percorso che abbraccia le due ricerche, analizza il rapporto tra spazio urbano e paesaggio naturale. Andreco presenta le due opere Between Nations – vincitore del Talent Prize 2017 Premio Speciale Fondazione Terzo Pilastro – e One and Only, video documento del lavoro performativo e installativo realizzato al confine tra Italia e Austria.

In un itinerario da Oriente a Occidente la mostra comincia in Iran con l’opera The space in between all physical objects dell’artista Simin Keramati, iraniana attualmente residente in Canada, che riflette, attraverso il corpo femminile e la sua condizione di esule, sulla diaspora che vede protagoniste le sponde Sud ed Est del Mediterraneo.

Tra gli artisti più rappresentativi della Turchia contemporanea, Halil Altindere esplora i codici politici, culturali e sociali, focalizzandosi sulla rappresentazione della marginalizzazione e della resistenza ai sistemi oppressivi. Le subculture, il superamento delle divisioni di genere, la riscrittura dei confini urbani e transnazionali sono indagate attraverso opere video che giocano con il linguaggio del videoclip musicale in modo ironico e politico, rendendo straordinario, epico e corale l’ordinario del terzo millennio.

L’Ucraina è filtrata dallo sguardo complementare di Martin Kollar e Anna Zvyagintseva, con una riflessione sui sistemi repressivi del Paese. Martin Kollar utilizza l’obiettivo fotografico per osservare il sistema delle prigioni ucraine; Anna Zvyagintseva, con una visione simbolica, restituisce la contraddizione tra libertà e prigionia, la dicotomia tra oppressione e assenza di regole presente nell’Ucraina contemporanea.

A rappresentare uno dei confini più tesi e drammatici del pianeta è l’opera del messicano Daniel Monroy Cuevas e il suo recente lavoro New Frontier, un viaggio tra i drive-in abbandonati nella frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti, tra il romanticismo del cinema e l’impossibilità di tracciare un sistema di immagini e riferimenti permanenti. Il lavoro contrappone così due aspetti: il margine della proiezione dello schermo e la frontiera fisica dei due Paesi.

Fotografia | a cura di MIA Photo Fair Projects

La mostra di fotografia Mappe. Sguardi sui confini curata da MIA Photo Fair Projects indaga le condizioni dei diversi Paesi attraverso le opere di quattro artisti: Manu Brabo per l’Ucraina, Alejandro Cartagena per USA/Messico, Shadi Ghadirian per l’Iran e Servet Koçyiğit per la Turchia.

Alejandro Cartagena espone il progetto The Car Poolers sui lavoratori precari messicani in viaggio verso i posti di lavoro, attraverso cui viene raccontata la vita trascorsa sul retro dei furgoni, all’aperto, tra attrezzi di lavori, sui pickup tipicamente sudamericani. Si tratta di un lavoro di denuncia delle difficili condizioni di lavoro in un territorio di confine caratterizzato da forti diseguaglianze sociali.

Shadi Ghadirian incentra dalla fine degli anni Novanta la sua ricerca sulla condizione femminile e il suo ruolo in una società prevalentemente maschile. Rappresenta la generazione degli artisti Post-Rivoluzione, che amano intensamente la propria patria, ma sono al contempo plasmati dallo scambio interculturale globale. Nelle immagini in mostra tratte dalle serie Qajar, Unfocused, West by East e Miss Butterfly, l’artista rappresenta con uno stile inconfondibile la continua tensione tra tradizione e modernità della società iraniana contemporanea.

Servet Koçyiğit, nato in Turchia e trasferito in Olanda, affronta nei suoi lavori i temi della mobilità, apolidia, identità e appartenenza e presenta a Palazzo Litta Cultura la serie My Heart is not made from stone, realizzata nel 2016. La sua arte è parola per descrivere la rottura della sua generazione – quella nata negli anni del terzo golpe militare nel 1980 – il senso di sradicamento e la consapevolezza sempre più evidente della vulnerabilità e della precarietà della realtà.

L’artista spagnolo Manu Brabo presenta il suo reportage sulla guerra in Ucraina nel 2014, spazio di frontiera, sempre conteso e conquistato dai potenti vicini. Dal referendum in Crimea per l’annessione alla Russia fino all’entrata in guerra, nel suo l’artista scopre “un Paese dalle pianure arroganti che forzano il limite visivo, di boschi esuberanti e di persone e tradizioni tanto antiche quanto intriganti”. Bellezza e tragedia si uniscono così nella sua proposta artistica.

La mostra di fotografia Mappe, curata da MIA Photo Fair Projects, è organizzata in collaborazione con Raffaella De Chirico Contemporary Art (Torino), Officine dell’Immagine (Milano) e Podbielski Contemporary (Milano).

photo credits Gianluca di Ioia

Mappe In Triennale

Back To Top